Tre eventi accaduti in tempo recente nella nostra Chiesa cattolica possono aiutarci a ripensare alla domanda che ho posto come titolo questo post, interrogandoci sul rapporto che abbiamo con la Parola di Dio.
Il mese scorso, durante la festa di Natale, abbiamo proclamato le parole della bellissima meditazione con cui Giovanni apre il suo Vangelo:
«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
Oltre alle parole dell’apostolo, nel nostro approfondimento e nella nostra preghiera con la Parola di Dio possono guidarci anche il video che il Papa ha realizzato per la Rete Mondiale di Preghiera e le catechesi che Papa Leone sta tenendo il mercoledì, durante l’Udienza, sulla costituzione dogmatica Dei Verbum.
Il primo, interessantissimo stimolo che emerge dalle catechesi del Papa è che la Parola di Dio va letta in chiave relazionale.
Noi cristiani crediamo che la Parola sia una comunicazione che Dio rivolge a chi ama, in modo personale, e che realizza una relazione di amicizia.
Ricevere questa conferma dal Papa è stato per me profondamente consolante. Ho partecipato a tantissimi insegnamenti e catechesi, utili ed edificanti dal punto di vista culturale. Eppure, spesso andavo via con una sensazione di vuoto, accompagnata da una domanda insistente:
«E a me, oggi, Dio cosa dice?»
Mancava qualcosa che mi aiutasse a passare da testi spiegati in modo impeccabile alla relazione viva che Dio desiderava avere con me.
Durante un tempo molto importante di discernimento per la mia vita, sono andata a Subiaco per un ritiro di una settimana, guidato da un gruppo di suore salesiane che vivono là in un eremo.
Lì ho imparato, grazie a suor Maria Pia Giudici, cosa significa davvero alimentare la relazione con Dio attraverso la sua Parola.
Ogni giorno, durante la Lectio Divina, suor Maria Pia Giudici affiancava alla spiegazione dei testi — curata nei dettagli, nelle lingue originali e nel confronto tra le diverse traduzioni — un tempo di meditazione personale. Ognuno di noi restava da solo, in una delle tante cappelline dell’eremo, con la Parola.
Questa esperienza mi è tornata alla mente quando ho visto il Papa, nel suo video di preghiera per il mese di gennaio, stare da solo in una cappella con la Scrittura. In quel momento ho ricordato quanto quell’intimità avesse riempito di vita un libro che, fin da piccola, mi era stato presentato quasi esclusivamente come oggetto di catechesi.
In quel tempo — non so spiegare bene come — la Parola entrava nella mia storia, nei miei dubbi, nel mio dolore. Non era più la storia di altri, una storia passata, ma la mia storia, la mia vita.
Questi momenti di intimità con la Parola viva mi hanno fatto desiderare di pregare la Liturgia delle Ore, in particolare le Lodi, i Vespri e la Compieta.
All’inizio ho dovuto lottare un po’ con me stessa: non amo le cose ripetitive, soprattutto nella preghiera, e temevo che recitare sempre gli stessi salmi e cantici li rendesse banali.
È accaduto esattamente il contrario.
Ci sono salmi e cantici che, in momenti diversi, mi parlano in modo nuovo; in altri periodi, invece, il mio cuore desidera ripetere alcune parole, quasi per consegnarle a Dio ancora una volta.
Sento che Gesù, Sommo ed eterno sacerdote, mi unisce al suo sacerdozio per dire le sue parole sul mondo, sulle persone che amo, sui miei conflitti e sulle mie fatiche.
Di conseguenza, anche il modo in cui vivo la Messa e i sacramenti è cambiato profondamente. La simbologia e la portata nel tempo dei sacramenti ricevuti hanno assunto per me un valore nuovo, più vivo, più incarnato.
Un altro aspetto bellissimo messo in luce da Papa Leone è il legame tra la Parola di Dio e la conoscenza di noi stessi.
Ho iniziato il mio percorso personale e professionale di counseling spirituale proprio quando ho compreso che le mie ferite, i miei traumi e i miei dolori incidevano profondamente sul mio rapporto con Gesù, come un muro.
Il male che, attraverso la mia responsabilità e quella di altri, è entrato nella mia vita ha spesso generato sfiducia, rifiuto e scoraggiamento nei confronti di Dio.
In una delle catechesi sulla Dei Verbum, il Papa dice una frase che mi ha colpita profondamente:
«Non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci.»
Ho scoperto così che Dio mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa. Nei giorni difficili, quando mi sento rifiutata persino da Dio, una frase ascoltata nella Parola riesce a sciogliermi il cuore fino alle lacrime.
Allora capisco che, proprio nei fallimenti, nei deserti e nelle fatiche quotidiane, il Signore arriva nel punto che fa più male per versare l’olio del Samaritano sull’uomo lasciato mezzo morto lungo la strada.
E questa Parola mi raggiunge nei modi più impensati: mentre recito le Lodi in macchina, attraverso un calendario trovato per caso, un foglietto sul cruscotto dell’auto o persino un post sui social media.
Mi ha profondamente colpito il richiamo — con cui, in realtà, ho iniziato questo post — al fatto che Dio ci parli attraverso la sua umanità che entra nella storia.
La Parola di Dio non si può solo studiare, perché si incontra.
Si interpreta in un ascolto costante di noi stessi, del mondo e di quell’Altro che si affaccia nella storia come un neonato per cui non c’è posto, come un giovane rabbì non accolto dalla sua comunità, come un Maestro che ci salva prendendo su di sé la nostra morte, come uno Spirito che ci abita senza fare rumore e che, con noi, desidera amare ogni essere umano.
È questo incontro con Colui che ci cerca dall’inizio della storia dell’umanità che cambia tutto.
Ho fatto questa esperienza io stessa questa settimana con un gruppo di giovani che mi sta tantissimo a cuore. Abbiamo lasciato che quel libro che spesso abbiamo in casa, ma che non apriamo mai, ci sfidasse a un incontro con Dio per agire nella Chiesa, come il Papa ci ha ricordato anche nella sua più recente catechesi sulla Dei Verbum.
Sono emerse esperienze personali bellissime: ogni giovane si è sentito interpellato non a una semplice lettura, ma a una relazione. La sfida che la Parola ha suscitato è diventata anche una sfida ecclesiale, di cambiamento e di servizio per tutti.
È questa l’esperienza più significativa che ciascuno di noi può fare:
lo Spirito parla ancora e rende viva oggi, per noi, la Parola del Signore.
Maranathà, vieni Signore!

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