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Uscire dagli schemi, perfino da quelli religiosi: il mio commento al messaggio di Leone XIV per la giornata del Malato 2026

Nel 1992 san Giovanni Paolo II decise di istituire, nel giorno della memoria della Beata Vergine di Lourdes, una Giornata mondiale dedicata alla preghiera per i malati. L’intento era chiaro: sensibilizzare tutto il popolo di Dio sul tema della cura, della sofferenza e della prossimità. Da allora sono passati 34 anni e, puntualmente, i successori di Pietro ci invitano a non distogliere lo sguardo dal dolore e da chi lo vive più da vicino. Vorrei soffermarmi innanzitutto sulla portata dirompente che l’evento di Lourdes ha avuto nella vita ecclesiale e, in modo particolare, nella cura dei malati. Il messaggio che da Lourdes è scaturito ci ha mostrato cosa il Signore può fare: un luogo piccolissimo e apparentemente insignificante è diventato la seconda meta di pellegrinaggio al mondo. L’impronta lasciata da Lourdes nella devozione mariana è fortissima e continua, senza interruzione, attraverso i secoli. Moltissime devozioni nascono da lì o a Lourdes fanno riferimento. C’è poi il potente simbolo dell’acqua che guarisce e dona vita: un segno di riscoperta battesimale profondissimo, che solo Maria, nella sua creatività ispirata dallo Spirito Santo, avrebbe potuto “inventare”. Lourdes ci ricorda che Dio continua ad agire proprio là dove l’uomo vede solo fragilità.
Entrando ora nel messaggio del Papa per questa Giornata l'11 febbraio 2026, , vorrei condividere alcuni spunti che desidero meditare insieme a voi. Il Papa cita un passaggio dal Testamento di san Francesco d’Assisi, in cui il santo lega in modo strettissimo la propria conversione all’incontro con i lebbrosi. È una citazione estremamente significativa, perché attraverso l’esperienza di Francesco ci viene offerta una nuova chiave di lettura della parabola del buon Samaritano. Forse un certo buonismo romantico ci ha educati a guardare la sofferenza in modo poco realistico. Il racconto di Francesco e la parabola del Samaritano, letti in questa prospettiva, ci mostrano invece il dolore in tutta la sua crudezza. Per chi lo vive direttamente, la sofferenza colpisce su più livelli: * fisico, quando il corpo diventa oggetto di studio e di cura, dimenticando spesso le altre dimensioni della persona; * emotivo e relazionale, perché la malattia comporta trasformazioni profonde, sconcertanti, che cambiano il modo di stare con gli altri; * sociale, perché la malattia può escludere, far perdere il proprio posto nella vita comunitaria. Anche per chi è accanto a chi soffre, la malattia porta con sé solitudine, abbandono delle relazioni, isolamento. Spesso, nelle situazioni di dolore, tutte le fragilità familiari emergono con maggiore forza e diventano ancora più dolorose. Sia che ci troviamo nella posizione di chi soffre, sia in quella di chi oggi chiamiamo caregiver, sperimentiamo una fragilità profonda: è proprio lì che il Samaritano sceglie di stare. Nel messaggio per la Giornata del malato, il Papa invita a recitare una preghiera in cui si chiede a Maria di non allontanarsi, ma di restare accanto a noi nella sofferenza. Quando ho sperimentato il dolore o mi sono presa cura di familiari che soffrivano, questo era il mio desiderio più grande: che Dio entrasse in quel buio che stavo vivendo. Un altro aspetto decisivo è quello relazionale. La malattia genera solitudine sia in chi la vive sia in chi si prende cura. L’ho sperimentato sulla mia pelle: ognuno va nella propria direzione, si perde la capacità di condividere obiettivi e di aiutarsi davvero. Si cerca solo di sopravvivere, creando spazi di isolamento pericolosi per tutti. Il Papa ci ricorda con forza che non ci si può prendere cura di un malato da soli. Questa consapevolezza dovrebbe convertirci profondamente: come famiglie, come società e come comunità cristiana. Quando sento di tragedie generate dalla solitudine dei caregiver — che talvolta sfociano in gesti estremi — mi chiedo sempre: noi dove eravamo? Anche noi ci siamo fatti barriera con i nostri impegni, i nostri doveri e, a volte, perfino con la nostra religiosità.
Infine, il Papa, richiamando la sua esortazione Dilexit te e il De mortalitate di san Cipriano, ci invita a interrogarci su come, da cristiani, ci prendiamo cura del dolore dell’altro. Questa citazione mi ha fatto pensare a una situazione che mi fa soffrire molto. Nella mia parrocchia c’è un giovane con problemi di salute mentale. A volte, durante la Messa o nei momenti di preghiera, sta male, alza la voce, piange. È doloroso vedere come venga deriso, allontanato, talvolta persino cacciato. Capisco che la sua sofferenza possa disturbare, ma quella malattia appartiene al nostro corpo comunitario. È una ferita che ci riguarda tutti. Per quanto sia difficile, siamo chiamati a prendercene cura, a integrare, non a espellere. Non serve celebrare liturgie bellissime se Gesù, che soffre insieme a quel giovane, viene messo a tacere nel dolore della sua mente. Quando penso al sacerdote e al levita che non si fermano nella parabola, ricordo che essi stavano rispettando la loro tradizione religiosa. Toccare il sangue di un uomo ferito li avrebbe resi impuri e incapaci di celebrare al tempio. Avrebbero dovuto sacrificare il rito. Mi vengono allora in mente Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo: toccando il corpo morto di Gesù non poterono partecipare alla Pasqua nel tempio, ma furono i primi ad adorare il sangue che ha redento il mondo. Io ho capito questo: voglio stare dalla parte di chi rischia l’impurità per amore. Come il Samaritano, come le donne sotto la croce, come Giovanni, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea, come Francesco d’Assisi. Perché è lì che Dio passa. Maranathà, vieni Signore!

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