Domenica 26 aprile la Chiesa celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, un momento in cui la comunità cristiana si ferma a riflettere su un aspetto fondamentale della fede che, troppo spesso, viene frainteso.
Quando si parla di vocazione, infatti, si pensa quasi immediatamente a chi sceglie il sacerdozio o la vita religiosa. Ma la vocazione non riguarda solo alcuni: riguarda tutti.
La parola <i>vocazione </i>deriva dal latino vocatio, che significa chiamata.
Ed è profondamente significativo che la sapienza della Chiesa ci faccia vivere questa giornata proprio nel tempo della Pasqua. Perché ogni vocazione nasce da una voce: la voce del Risorto.
Personalmente, quando penso alla vocazione, mi vengono nel cuore due immagini.
La prima è quella di Maria di Magdala davanti al sepolcro, quando Gesù risorto la chiama per nome.
La seconda è il momento del nostro Battesimo, quando anche il nostro nome è stato pronunciato.
Da quel giorno, il Signore ci ha immersi nel mistero della sua morte e della sua risurrezione, introducendoci nella vita della Trinità. Da quel giorno, ciascuno di noi porta dentro di sé una chiamata.
Una chiamata che non è riservata a pochi, ma è rivolta a ogni battezzato.
In questo tempo così segnato dall’efficienza e dall’attivismo, anche dentro la Chiesa si rischia di pensare che essere chiamati significhi semplicemente fare qualcosa per Dio.
Eppure il Vangelo ci consegna un’immagine diversa: quella del Buon Pastore.
Il Pastore non chiede anzitutto di fare.
Chiede di seguirlo.
Chi è chiamato non deve prima di tutto realizzare un compito, ma lasciarsi condurre.
Lasciarsi attrarre dalla bellezza del Signore.
Lasciarsi portare.
È il Pastore che guida.
È il Pastore che conosce la strada.
È il Pastore che precede.
A noi spetta il coraggio di camminare dietro di Lui.
Questo appare in modo evidente negli Atti degli Apostoli, dove la prima comunità cristiana cerca continuamente di seguire lo Spirito del Risorto.
Filippo viene mandato su una strada deserta per incontrare un uomo straniero e battezzarlo.
Anania riceve l’ordine di andare incontro a Saulo, proprio colui che incuteva paura ai cristiani.
Ogni volta la vocazione non nasce da un progetto umano, ma da una disponibilità interiore:
lasciarsi portare dove il Signore vuole.
E allora la domanda diventa inevitabile:
Riconosci di essere stato chiamato dal Risorto nel tuo Battesimo?
Stai camminando con Lui?
Dove ti trovi oggi nel tuo cammino?
Un altro aspetto della vocazione è la relazione.
Nella Bibbia, ogni chiamata conduce sempre verso qualcuno.
Dio chiama una persona, ma mai per isolarla.
Chi è chiamato viene inviato dentro una storia di incontri.
Quando ho iniziato il mio cammino di fede, questo nella Chiesa era molto evidente.
Ricordo che nella mia città, chiunque frequentasse la comunità, anche semplicemente per la Messa, si salutava per strada. Ci si riconosceva.
Oggi questo accade molto meno.
Se non si appartiene allo stesso gruppo, spesso ci si ignora.
Come se la comunione dipendesse dall’appartenenza a un servizio.
Ma la Chiesa non è il luogo dove svolgiamo un compito.
La Chiesa è comunione nel nome di Gesù.
La vocazione autentica non ci chiude in un ruolo.
Ci apre agli altri.
C’è infine un ultimo aspetto della vocazione che sento molto vero: la crisi.
In questi giorni ho ripreso il mio servizio di supervisione degli educatori, e ancora una volta mi è stato chiaro che anche i momenti più oscuri possono diventare luogo di chiamata.
Papa Leone lo ricorda con forza nel suo messaggio: anche il tempo della prova chiede fiducia.
Perché il Signore continua a guidarci anche quando noi non vediamo la strada.
Penso a san Giuseppe.
Nel Vangelo più volte viene messo in crisi dagli eventi:
una gravidanza inattesa,
la fuga,
la paura,
l’incertezza.
Eppure Giuseppe continua ad ascoltare.
Non comprende tutto, ma si fida.
E proprio nella fiducia impara ad amare di più.
Anche per noi è così.
La vocazione non è un momento.
È un cammino.
E come ogni cammino conosce soste, deviazioni, ostacoli e domande.
Spesso non comprendiamo il senso di ciò che viviamo.
Ma una certezza rimane:
non siamo noi a portare il Signore.
È il Signore che porta noi.
Forse la vera domanda non è:
“Che cosa devo fare?”
Ma piuttosto:
“Chi sto seguendo?”
Perché la vocazione cristiana nasce sempre lì:
nel lasciarsi chiamare per nome,
nel riconoscere la voce del Risorto,
nel fidarsi abbastanza da camminare dietro di Lui.
Anche quando non sappiamo dove ci sta conducendo.
Maranathà.
Vieni, Signore Gesù.


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