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Ponte, come Andrea

Oggi inizia il cammino di Avvento e quest’anno, in modo del tutto particolare, coincide con la festa di sant’Andrea apostolo. Di Andrea i Vangeli dicono poco, ma quelle poche righe bastano per delinearne la personalità e la vocazione. Andrea è discepolo di Giovanni Battista: un uomo in ricerca, animato dall’attesa ardente del Messia che il Battista accendeva nei cuori con la sua predicazione sulla Venuta. Un giorno, mentre Andrea è con il Battista, vede passare un uomo. Giovanni lo indica come il Messia. L’attesa che Andrea porta dentro è così viva che immediatamente si mette a seguire Gesù, desideroso di rimanere con Lui. Fa, inoltre, una cosa ancora più bella: incontra suo fratello Simone e gli comunica che l'attesa del popolo ha avuto un compimento. Mi ha colpito molto che proprio ieri, da Istanbul, papa Leone abbia invitato i cristiani a essere come Andrea. Non è un caso: Andrea è patrono e Padre della fede di quella terra. E in questo Avvento sembra essere lì, sulla soglia di questo tempo liturgico, per sussurrarci ancora ciò che disse a Pietro: “Il Messia è arrivato”. È un invito per ciascuno di noi a diventare, come lui, annunciatori di una consolazione che ha colmato di gioia il cuore di un piccolo resto di Israele. Un’altra immagine forte che il Papa ci ha offerto è quella del ponte. Ha ricordato il grande viadotto sul Bosforo che unisce Asia ed Europa, e ci ha esortato a essere ponti nelle nostre comunità, nell’ecumenismo, e nel dialogo con chi non è cristiano. L’immagine del ponte, evocata proprio all’inizio del cammino verso il Natale, richiama un elemento caro al presepe popolare napoletano. Nel presepe, il ponte è il luogo in cui sacro e profano si incontrano: mette in comunicazione il mercato — la nostra vita concreta, quotidiana — con la montagna, simbolo del divino. Non è un caso che Benino, il pastore sognante, si trovi proprio lì vicino al ponte, come a rappresentare la soglia tra il naturale e il soprannaturale. È il luogo dove il presepe ci invita a sostare, perché è lì che l’Incarnazione si fa prossima al nostro umano più fragile.
Sul ponte del presepe napoletano si colloca anche la scena che richiama la leggenda di Mafalda Cicinelli: una giovane costretta a farsi monaca, innamorata del suo paggio. La notte di Natale, i due si erano dati appuntamento sul ponte della Maddalena a Napoli, ma la famiglia di lei scopre tutto e uccide il ragazzo. Mafalda lo ritrova, privo di vita, e nel dolore si trafigge il cuore con il pugnale lasciato lì a terra dal sicario. È una storia tragica, certo, ma il presepe la conserva come una feritoia sull’umano estremo, su quelle zone d’ombra che Cristo viene a toccare con la sua carne.
Forse è questo che ci suggerisce quella leggenda: il nostro proposito non deve essere solo la contemplazione dell'Incarnazione davanti alla grotta, ma è annuncio del Messia nelle soglie più difficili dell’umano — nella Chiesa ferita e peccatrice, nelle situazioni impossibili, nei conflitti che degenerano e ci sfuggono di mano. È lì che il Messia vuole venire. Papa Leone ha ricordato che “l’unità è dono di Dio, ma la sua realizzazione nella storia è affidata ai nostri sforzi”. Noi vorremmo arrivare subito alla grotta, avedere il Bambino Messia, ma il cammino onirico di Benino ci insegna che si entra nell’Incarnazione attraversando anche quei luoghi oscuri che Gesù, il Cristo vuole illuminare con il suo amore. Ed è in mezzo a queste soglie, a questi ponti sospesi tra ciò che siamo e ciò che speriamo di diventare, che possiamo tornare a dire con Giovanni Battista e con Andrea: il Messia viene. Maranathà, vieni Signore.

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