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Gerusalemme nuova, gli amori e le nostre città

È affascinante quando i filosofi contemporanei ci aiutano a rileggere testi classici, permettendoci di scoprire in essi chiavi di interpretazione sorprendenti per il tempo che stiamo vivendo. Per questo sto seguendo con particolare interesse le riflessioni che il prof. Luigi Alici sta pubblicando su Avvenire a partire dal De Civitate Dei di sant'Agostino . Le sue considerazioni mi sembrano preziose non solo per comprendere il nostro tempo, ma anche per alimentare quel cammino di conversione e di crescita personale che accompagna l'intera esistenza di ogni uomo. Fin dall'inizio del suo pontificato, papa Leone XIV ha invitato in più occasioni a leggere e meditare il De Civitate Dei. E non è forse un caso che anche la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, sia profondamente attraversata dalla visione agostiniana della città dell'uomo e della città di Dio. Nel terzo capitolo, infatti, Leone XIV dedica esplicitamente il paragrafo 129 al tema delle «Due città e due amori», mentre nell'introduzione parla della scelta decisiva tra «innalzare una nuova torre di Babele» ed «edificare la città dove Dio e l'umanità abitano insieme».
In questo mese di agosto, quando fortunatamente i ritmi rallentano e possiamo concederci più tempo per la lettura e la riflessione, mi piace allora soffermarmi su una domanda: perché il Papa ci propone con tanta insistenza quest'opera? La prima risposta che affiora nel mio cuore è questa: forse Pietro ci sta invitando a imparare a discernere la storia. Viviamo un tempo di passaggio, il tramonto di un'epoca e, forse, l'inizio di una nuova stagione dell'umanità. I cambiamenti che attraversiamo generano smarrimento, paure e oscurità, ma ogni tramonto custodisce anche l'attesa di un'alba.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui la riflessione di Agostino torna a parlarci con tanta forza. Come scrive il professor Alici, abbiamo bisogno di guardare lontano, «in avanti e all'indietro»: per capire dove siamo e dove stiamo andando. Ma le riflessioni del professor Alici mi suggeriscono anche un secondo motivo. Oltre a offrirci una possibile chiave di lettura della storia, il Papa sembra volerci indicare anche uno stile di vita. Agostino lo sintetizza in una delle pagine più celebri del De Civitate Dei: Due amori hanno fondato due città: l'amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha fatto la città terrena; l'amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé ha fatto la città celeste. (De Civitate Dei, XIV, 28). Non si tratta semplicemente di una distinzione teorica. È una domanda rivolta a ciascuno di noi: da quale amore ci lasciamo guidare? Vogliamo costruire rapporti fondati sul dominio, sull'egoismo e sull'autoreferenzialità? Oppure vogliamo scegliere l'amore che, per noi cristiani, ha il volto di Dio e che libera, guarisce, nutre, ricrea e salva?
È una domanda che, in questi giorni, mi è risuonata dentro ancora più forte pensando a un fatto accaduto a Portici, una città vicina alla mia. Qualche giorno fa, una zia e il suo nipote sono stati trovati morti nella loro abitazione, dopo giorni senza che nessuno si accorgesse della loro assenza. La zona in cui vivevano è una delle più densamente popolate della città. Eppure, per quanto riportato dalla cronaca, nessuno li aveva cercati, nessuno si era accorto che non c'erano più. A dare l'allarme, secondo quanto riportato dai giornali, sono stati alcuni «conoscenti». Conoscenti. Quella parola mi ha colpito più del fatto stesso. Non amici. Non familiari. Non vicini. Conoscenti. E allora la domanda di Agostino sull'amore smette di essere una questione filosofica e diventa una domanda terribilmente concreta: che tipo di città stiamo costruendo quando possiamo vivere gli uni accanto agli altri senza accorgerci di chi ci sta vicino? Possiamo avere città densamente abitate e, nello stesso tempo, persone profondamente sole. Possiamo avere quartieri pieni di case, strade, servizi, tecnologie e connessioni e, nello stesso tempo, non conoscere più il volto di chi abita accanto a noi. È forse questa una delle contraddizioni più profonde della nostra epoca: essere sempre più connessi e sempre meno prossimi. Ed è proprio qui che il secondo articolo del professor Alici ci conduce a un'altra riflessione A partire dalla critica che Agostino rivolge al politeismo, Alici ci invita a interrogare una convinzione che sembra serpeggiare nella cultura contemporanea: il neopaganesimo viene spesso presentato come sinonimo di apertura mentale e pluralismo, mentre la fede nell'unico Dio rischia di essere associata, con troppa facilità, all'intolleranza o addirittura alla violenza. La questione, però, è più profonda. Quando l'orizzonte si chiude esclusivamente sulla dimensione terrena, diventa difficile riconoscere nell'altro qualcosa che vada oltre il nostro interesse, la nostra appartenenza, la nostra tribù. Le differenze rischiano così di non diventare più occasione di incontro, ma motivo di contrapposizione. E i popoli possono finire per trasformarsi in tribù permanentemente in lotta tra loro. La trascendenza, invece, apre uno spazio nuovo: ci ricorda che l'altro non è soltanto colui che appartiene alla mia comunità, che condivide la mia cultura o che può essermi utile. L'altro è qualcuno che mi precede nella sua dignità, perché la sua vita non appartiene a me. Ed è forse proprio qui che il De Civitate Dei rivela tutta la sua sorprendente attualità.
Nel terzo articolo della serie La città di Dio e noi, il professor Alici ci aiuta a comprendere che la distinzione tra le due città non va immaginata come una separazione geografica tra cielo e terra. La città di Dio non è semplicemente «in cielo» e la città dell'uomo «sulla terra». Le due città abitano la storia. La città di Dio è già presente nel mondo, attraverso uomini e donne che vivono secondo un altro amore; e tuttavia è anche una città in cammino, orientata verso una meta che supera la storia. La città terrena, invece, tende a chiudersi in se stessa, cercando nella storia il proprio compimento. Per questo la città di Dio non è una realtà eterea, estranea alla vita concreta. Si mescola alla città terrena. La attraversa. La abita. La trasforma. È una città in movimento perché è una città in conversione. E proprio per questo è anche una città missionaria: mentre cammina verso Dio, rende visibile, nella storia, un modo diverso di vivere, di amare e di costruire relazioni. La sua presenza può diventare testimonianza e, attraverso la testimonianza, apertura alla conversione. A questo punto la domanda diventa inevitabile: che città vogliamo costruire? I nostri legislatori, i nostri urbanisti, i nostri tecnici progettano continuamente le città del futuro. Si parla di sostenibilità, di innovazione, di intelligenza artificiale, di mobilità, di sicurezza, di nuove infrastrutture e di New Urban Agenda. Tutto questo è necessario. Ma non sarà sufficiente se dimenticheremo la dimensione umana. Perché una città può essere tecnologicamente avanzata e spiritualmente disabitata. Può essere efficiente e, nello stesso tempo, incapace di accorgersi di chi soffre. Può essere piena di persone e generare solitudine. Può essere perfettamente progettata e, tuttavia, non essere una città umana. Senza amore, la città che costruiamo rischia di accartocciarsi su se stessa e di finire per annientarsi. Per questo la domanda di Agostino non riguarda soltanto la società, la politica o la storia. Riguarda ciascuno di noi, riguarda il cuore. Quale amore sta costruendo la mia città?
E forse, alla fine, la domanda più importante non è nemmeno «quale città vogliamo costruire?», ma quella che Gesù nel Vangelo continua a rivolgerci attraverso l'uomo ferito sulla strada: «Chi è stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» Perché la città di Dio comincia forse proprio lì: nel momento in cui smettiamo di chiederci chi sia il nostro prossimo e cominciamo a diventare noi prossimi di qualcuno. L'ultimo articolo della serie affronta un tema che, proprio nel giorno in cui celebriamo l'Assunzione di Maria, risuona con una forza particolare . Non possiamo appiattire tutto sui criteri della giustizia umana, su ciò che accade qui e ora, quasi che la storia fosse l'unico orizzonte possibile. Abbiamo bisogno di alzare lo sguardo e di intravedere la Gerusalemme nuova, la città verso cui siamo in cammino, quella città che non è semplicemente «qui», ma che già comincia ad abitare la nostra storia. L'ho già scritto e probabilmente continuerò a ripeterlo: ogni volta che guardo la statua della Madonna di Pugliano, patrona della mia città, mi viene in mente la profezia di Isaia 66. È una Madonna che allatta. E davanti a quella immagine non riesco a non pensare alle parole del profeta:
«Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati». (I
s.66.13) È l'immagine di una città che nutre, che accoglie, che consola. Una città che non divora i suoi abitanti, ma genera vita. La Madonna di Pugliano dovrebbe essere celebrata il 2 luglio. Eppure, nella mia città, la sua festa è profondamente legata al giorno dell'Assunzione. Forse è proprio qui che questa immagine assume per me un significato ancora più profondo. Maria che nutre il Figlio diventa anche profezia di una terra promessa. Colei che è già stata assunta in cielo ci ricorda che la nostra storia non è destinata a chiudersi definitivamente dentro i confini della terra. Siamo in cammino.
La città di Dio è già presente nella storia, si mescola alla città degli uomini, la attraversa, la abita e la trasforma. Ma, nello stesso tempo, è orientata verso una pienezza che ancora non vediamo. Per questo non possiamo accontentarci di costruire soltanto città più efficienti, più sicure o più tecnologicamente avanzate. Dobbiamo imparare a costruire città capaci di generare vita, di nutrire relazioni, di accorgerci di chi resta indietro. E, mentre lavoriamo e camminiamo dentro la città terrena, abbiamo bisogno di non perdere di vista la città verso cui siamo diretti. Quella Gerusalemme nuova che, come scrive l'Apocalisse, discende da Dio. Forse è proprio questo lo sguardo che Maria Assunta ci consegna: i piedi ancora dentro la storia, ma il cuore rivolto verso la meta. E allora, dopo tutte le domande che questo cammino attraverso Agostino ci ha consegnato — quale amore guida la mia vita? Che città stiamo costruendo? Sono capace di diventare prossimo di qualcuno? — ne rimane un'altra, silenziosa ma decisiva: verso quale città sto camminando? Maranathà. Vieni, Signore Gesù.

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