Oggi ricorre, ormai da undici anni nella Chiesa cattolica, la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. In questo post voglio soffermarmi sul Messaggio che il Papa ci ha lasciato per questa Giornata e sull’omelia che ha pronunciato questa sera nei Giardini del Borgo Laudato si’.
È un messaggio che ci viene consegnato in un tempo «di crisi e di sofferenza».
Dopo più di duemila anni dalla venuta del Signore nella carne, non siamo ancora riusciti ad accogliere pienamente la sua Pace. Siamo ancora fortemente ancorati a un’idea di pace costruita secondo criteri umani, una pace che si pretende di ottenere facendo e disfacendo gli equilibri del mondo, spesso a un costo umano ed ecosistemico altissimo.
Eppure, forse, questo Papa ci sta insegnando anche un’altra strada: rivolgere lo sguardo verso l’interno.
Riprendendo le parole con cui Benedetto XVI iniziava il suo pontificato, Leone XIV ci spinge a guardare in profondità, per scoprire che i deserti esteriori che diventano sempre più ampi intorno a noi hanno spesso origine nella grandezza dei nostri deserti interiori.
La guerra che combattiamo tra le nazioni, allora, non è qualcosa che accade soltanto «fuori» di noi. Ci coinvolge. Coinvolge direttamente i nostri cuori.
Il Papa sceglie come titolo del suo Messaggio, e come tema di questa Giornata, la stupenda profezia di Isaia2,4 : «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci». Isaia vede un’umanità che, finalmente, smette di prepararsi alla guerra e impara a trasformare ciò che serviva per distruggere in strumenti capaci di coltivare la terra e nutrire la vita.
Da quando il Papa ha pubblicato questo Messaggio, una domanda insiste dentro di me:
Quanto lavoro si fa per una pace che non viene da Dio?
Quanta intelligenza, quante energie, quante risorse vengono impiegate per costruire una pace che, paradossalmente, alimenta la guerra e l’odio?
Mi sono venuti in mente racconti e storie di persone che diventano ricche a discapito della pace vera; persone, sistemi e interessi che, pur di inseguire una certa idea di sicurezza e di benessere, arrivano a sacrificare e ad avvelenare persino il pane e l’acqua che mangiamo e beviamo, consegnandoli sull’altare di una pace che viene dal mondo.
E allora ho pensato alle mie spade e alle mie lance.
Perché il Papa, quando parla di conversione ecologica, non parla soltanto di grandi sistemi economici, di governi, di guerre, di industrie o di scelte politiche. Coinvolge ogni cuore.
E io ho le mie spade. Ho le mie lance.
Le conosco soprattutto quando mi trovo davanti a ciò che mi sembra cattivo, ingiusto, intollerabile. Ci sono momenti nei quali vorrei usarle. Vorrei reagire al male con la stessa forza con cui il male mi ferisce.
In questi giorni sto provando — non è che ci riesca sempre — a forgiare le mie armi per renderle produttive.
Le metto nel fuoco del Cuore di Gesù.
Vorrei che la mia voglia, a volte grandissima, di rispondere al male con il male possa passare attraverso il fuoco del suo Cuore e trasformarsi. Che la rabbia possa diventare energia per il bene. Che la mia indignazione possa diventare cura. Che ciò che in me è ancora arma possa diventare strumento di vita.
Mi dà molta speranza il tono profetico con cui il Messaggio si conclude:
«Se ci assumiamo questo compito con umiltà e fede, diventeremo collaboratori nell’opera di rinnovamento di Dio. Passeremo, lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace».
Dal deserto al giardino.
Dalla divisione alla comunione.
Dalla violenza alla pace.
Questa sera, dai Giardini del Borgo Laudato si’, il Papa ci ha invitato anche a dilatare la preghiera di questa Giornata nell’intero Tempo del Creato. A fare di questo tempo ecumenico di preghiera un’occasione per risintonizzarci con la vita che pulsa in ogni aspetto della creazione.
Non soltanto, dunque, uno sguardo contemplativo sul creato, ma uno sguardo capace di riconoscere le ferite e di assumersi la responsabilità di curarle.
Il Papa ci ha chiesto di reindirizzare verso il bene anche il male che viene fatto ai più deboli e al creato.
Ed è interessante che, in questo cammino, emerga così fortemente il tema della guarigione e della riconciliazione.
Papa Francesco, e ora anche Papa Leone, ci chiamano a prenderci cura di ciò e di coloro ai quali coloro che hanno inseguito una falsa pace hanno procurato ferite.
Forse la conversione ecologica passa anche da qui: dal decidere che il male ricevuto non avrà necessariamente l’ultima parola. Che ciò che è stato usato per ferire può essere trasformato in qualcosa che cura. Che ciò che ha prodotto morte può, attraverso il nostro impegno, tornare a servire la vita.
È la profezia di Isaia.
È la speranza che il Papa ci consegna.
E allora mi piace pensare che, anche oggi, Dio stia cercando uomini e donne disposti a prendere le proprie spade e le proprie lance e a consegnarle al fuoco della conversione.
Perché possiamo diventare noi, nel nostro tempo, quella nazione che Isaia ha visto da lontano: un popolo capace di trasformare le proprie armi in strumenti di vita, di lavoro, di nutrimento e di pace.
E forse è proprio da lì che Dio può cominciare il suo lavoro di rinnovamento.
Maranathà, vieni Signore!
In questo periodo dell’anno, mi piace soffermarmi a meditare sul grande patrimonio religioso e culturale napoletano che riguarda le anime dei morti. È un culto che amo profondamente: una forma di comunione tra i vivi e i defunti che nessuno è mai riuscito a interrompere. Tra le anime che riposano negli ipogei di Napoli, ci sono le anime abbandonate , quelle dimenticate, senza nome, senza preghiere. Eppure, proprio verso di loro, il popolo napoletano ha sviluppato una delle forme più intelligenti e misericordiose di spiritualità: l’adozione dell’anima abbandonata. Nella tradizione partenopea, un’anima abbandonata può essere “adottata” da un vivente, che si prende cura di lei con preghiere e gesti d’amore, senza giudicarne la vita o i peccati. È un atto rivoluzionario, soprattutto se pensiamo che, in alcuni periodi della storia, la Chiesa cattolica proibiva di pregare o seppellire certe categorie di morti. Il popolo napoletano, però, ha scelto la misericordia , superando...



Commenti
Posta un commento